Diagnosi di tumore tardiva

Caso e risarcimento

Il signor R.P si recava presso il Pronto soccorso per la presenza di edema, flogosi e dolore all’arto inferiore sinistro .

In tale occasione venivano richiesti diversi accertamenti strumentali tra cui consulenza angiologia che rilevava la presenza di edema di gamba sinistra e presenza in regione pretibiale di una tumefazione di consistenza molle e molto dolente alla palpazione. Veniva erroneamente indicato dall’ospedale che il signor R.P presentava un ematoma alla gamba e lo stesso veniva dimesso con previsione di riposo con arto in scarico , crioterapia e terapia antibiotica.

Il signor S.P, veniva rassicurato circa la benignità della tumefazione e i sanitari non effettuavano né prescrivevano quegli approfondimenti che la patologia richiedeva.

Stante il persistere della tumefazione mesi dopo le dimissioni R.P decideva di sottoporsi a una risonanza magnetica muscolo-scheletrica e una ago biopsia attraverso la quale emergevano i caratteri maligni della tumefazione con diagnosi definitiva di mixofibrosarcoma di alto grado.

A Causa della mancata diagnosi del tumore e dell’aumento della volume dello stesso con interessamento della componente ossea R.P doveva subire un intervento di amputazione della gamba sinistra.

Per Il ritardo diagnostico imputabile alla condotta colposa dei sanitari dell’Ospedale R.P ha quindi subito l’amputazione dell’arto inferiore sinistro con necessità di ausilio protesico

A R.P è stato riconosciuto un risarcimento in linea con le tabelle per la liquidazione del danno adottare dal Tribunale.

Risulta chiaro che nel caso di specie si è verificato un ritardo diagnostico che ha permesso , con l’avanzare del tempo, che un tumore, per sua natura aggressivo (G2), progredisse indisturbato, trasformando una patologia inizialmente localizzata in patologia avanzata e dunque da considerare enormemente più grave, tanto da incidere sull’approccio chirurgico scelto e sulla qualità di vita e modificando radicalmente il rischio oncologico in senso peggiorativo. In merito al primo accesso al pronto soccorso eseguito dal periziando emerge chiaramente una condotta professionale inadeguata e viziata da negligenza imprudenza imperizia dei sanitari che hanno colposamente errato la diagnosi, condizionandone il trattamento e compromettendone irrimediabilmente le possibilità di guarigione dalla malattia e dunque pregiudicando le aspettative di vita. Tale mancata diagnosi e dunque l’omesso trattamento, ebbe certamente a favorire la progressione del tumore con conseguente infiltrazione del comparto osseo e del tessuto adiposo, trasformando l’affezione neoplastica da locale limitata a localmente avanzata e dunque da neoplasia trattabile con intervento chirurgico di asportazione a neoplasia trattabile soltanto con intervento chirurgico altamente demolitivo, quale l’amputazione dell’arto a livello della coscia. Al periziando è stata tolta la possibilità di giungere a guarigione mediante un intervento chirurgico molto meno invasivo e gravoso ed è stato inflitto un trattamento chirurgico demolitivo con perdita dell’arto inferiore.

Il mixofibrosarcoma rappresenta una delle forme più comuni di sarcoma nei pazienti anziani, il tumore è prevalentemente localizzato agli arti inferiori (48%). (…) Il quadro presentato dal signor S.P ai sanitari dell’ospedale (edema , dolore, tumefazione) avrebbe richiesto certamente un approfondimento diagnostico incentrato allo studio della tumefazione rilevata, che è stata erroneamente interpretata. Secondo le linee Guida Sarcomi AGOI 2013 dei Tessuti molli e GIST si raccomanda di eseguire un approfondimento diagnostico nel caso di massa superficiale dei tessuti molli di diametro maggiore di 5 cm o di masse profonde di qualsiasi dimensione. Viene raccomandato come la diagnosi debba sempre essere radiologica e anatomopatologica. Va ricordato che nel percorso di diagnosi di sarcoma dei tessuti molli è fondamentale l’interpretazione diagnostica con il ricorso a esami strumentali radiologici , in particolare risonanza magnetica muscolo scheletrica (RM) , e ad esami istologici. E dunque, a un uomo di atà avanzata che presenti masse o altre alterazioni dubbie o sospette dei tessuti molli, la funzione del medico è arrivare alla diagnosi corretta nel modo più efficiente e tempestivo possibile servendosi dell’esame clinico e di tutte le indagini strumentali costituite da: Ecografia, Ecografia muscolo scheletrica, agobiopsia. L’indagine ecografica andrebbe completata con studio con mezzo di contrasto per distinguere le aree di neovascolarizzazione da quelle necrotiche, mucoidi o fibrocicatriziali e per selezionare le zone tissutali sulle quali effettuare il campionamento bioptico. La RM è da considerare la metodica di scelta. Consente di dimostrare con estrema accuratezza le dimensioni, la morfologia e i margini, la presenza di pseudo capsula e l’edema peritumorale. Permette di definire con assoluta precisione il compartimento e i rapporti con le strutture vascolari e nervose; l’utilizzo del mezzo di contrasto, in modalità statica e dinamica, può contribuire alla caratterizzazione e alla differenziazione benigno/maligno. La dimostrazione istologica di neoplasia mesenchimale può essere ottenuta mediante: 1) esame citologico mediante ago aspirato, 2) biopsia con ago tranciante, 3) biopsia incisionale, 4) biopsia escissionale, 5) accertamento intraoperatorio. In tema di diagnosi in campo oncologico lo scopo principale è quello di identificare in tempo utile il tumore, e, in questo modo, riuscire a intervenire il prima possibile per improntare la giusta terapia. La diagnostica diviene davvero efficace quanto più riesce ad anticipare la fase clinica del tumore riuscendo altresì a distinguere , con precisione, le lesioni benigne da quelle maligne, al fine di evitare alla paziente anche spese ed ansie inutili. Il quadro presentato dal signor R.P ai sanitari dell’ospedale, caratterizzato da edema, dolore, tumefazione di oltre 11 centimetri a livello della gamba, avrebbe richiesto un approfondimento diagnostico, invece è stato erroneamente interpretato come un ematoma. Se si fosse intervenuti quando ancora la lesione era circoscritta , il signor S.P non avrebbe dovuto sottoporsi ad intervento di amputazione dell’arto ma solamente ad intervento di escissione, intervento molto meno gravoso e che avrebbe consentito di preservare la completa funzionalità dell’arto stesso, anche in considerazione dell’assenza di metastasi in altri distretti corporei.

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